Follow by Email

martedì 27 dicembre 2011

Il male oscuro


Un capitolo della storia della nostra città. 
Giorgio Bocca descrive Isernia negli anni 50' con risolutezza e disincanto. Inizia così il famoso libro L'Inferno, scritto nel 1992 poco prima delle stragi mafiose in cui persero la vita i giudici G.Falcone e P.Borsellino, a cui è dedicato. Il male oscuro del Sud è un passaggio aspro e ruvido verso la consapevolezza a cui siamo chiamati ogni  giorno.



IL MALE OSCURO.

Ho conosciuto il profondo sud molti anni fa, alla fine degli anni cinquanta, quando lavoravo all'Europeo.  C'era stata una sommossa in una città del Molise di cui sentivo per la prima volta il nome, Isernia: voleva diventare capoluogo di provincia, di una provincia sassosa e povera e il governo di Roma non capiva perché.  Neppure io capivo quando ci arrivai su una corriera sgangherata che andava a carbonella, su per una strada in terra battuta verso quella città abbandonata a sé, dimenticata da dio e dalla Provvidenza,
che voleva diventare provincia.  Un bombardamento a tappeto delle fortezze volanti americane l'aveva distrutta, pare l'avessero scambiata per Montecassino, estrema difesa dei tedeschi, chi è nato con la jella addosso non se ne libera né in pace né in guerra.  
Sulla vicenda della provincia negata e desiderata, uno dei sogni che fa la gente povera dimenticata fra montagne povere, c'era poco da capire, quelli con cui parlavo negli uffici o per strada vivevano una loro esaltazione che ora ricordo vagamente. Ma ricordo bene lo sgomento di quel primo incontro con il profondo sud, l'unica locanda, i suoi ospiti di rispetto, le due prostitute.  Per entrare nella locanda si scendevano cinque gradini sotto trofei di cipolle e peperoncini e si era nello stanzone del camino e del pranzo, separato dalla cucina da una tenda rossa.  La donna gatta con occhi grigi nel volto pallido, affilato, stava accucciata al suo posto, vicino al camino non ospite ma parte della locanda, come le sedie, i tavoli, le tovaglie a scacchi bianchi e blu, i bicchieri di vetro spesso, la tenda rossa sulla porta della cucina, l'odore di grasso e di spezie. Era passato da poco mezzogiorno e gli ospiti di rispetto erano già ai loro tavoli, un breve saluto e poi ognuno alla sua melanconia: il sostituto procuratore della repubblica che andava e veniva da Napoli, un professore di ginnasio, due tecnici del genio civile, un commesso viaggiatore, il cronista del nord venuto per la rivolta. 
Lei e noi come la sparuta guarnigione di un forte rimasto in piedi nella rovina.  Che lei facesse parte della locanda era chiaro, noi potevamo prendere la caraffa del vino forte e resinato, la minestra di ceci, l'olio, il pane come potevamo servirci di lei, senza parlare, senza chiedere, bastava uno sguardo e lei che conosceva le camere al primo piano saliva leggera ad aspettare come una gatta che non fa rumore, conosce tutto della casa, passa inavvertita fra il gemere di un tavolato, lo scricchiolio di una porta, lo sbattere di un'anta e il sotto gelido del vento che in quell'inverno e in quella rovina mi rabbrividiva fin dentro le ossa.  Così pallida, così rassegnata, cosa fra le cose di una locanda povera, ma sembrò che le si gonfiasse il pelo, che sprizzassero scintille dai suoi occhi grigi la sera che entrò nella locanda la donna cagna, l'altra prostituta di Isernia, irsuta, olivastra, non brutta, non vecchia ma ferina, che si era presa come abitazione una delle case semidistrutte un po' fuori città, senza porta e senza vetri alle finestre, un graticcio di canne come porta, pezzi di lamiera alle finestre e per le fessure si vedeva il braciere al centro della stanza e il pagliericcio posato sulla terra fredda.  Ma nelle notti gelide e ventose lei attizzava il fuoco, faceva alzare la fiamma che la vedessero dalla città, quelli che la odiavano e sbeffeggiavano, era sempre lì , non era ancora morta, piaceva ancora ai suoi visitatori notturni. Entrò la donna cagna con un suo mugolio minaccioso, si alzò pallidissima la donna gatta e sembrava le fosse gonfiata la groppa e la coda e noi, gli ospiti di rispetto, capimmo che la donna cagna poteva rivendicare qualcosa dall'oste che sbucò dalla cucina, rimandò al suo posto vicino al camino la donna gatta e si porta l'altra dietro la tenda rossa per un piatto di minestra, che poi uscì come da una incursione vittoriosa, con uno sguardo di trionfo, ancora viva nella sua vita perduta.
Ero in quella città del basso Molise chiamata Isernia e dal giornale mi telefonarono che dalle parti delle forche caudine, sotto cui passarono i romani vinti, mai lasciarli passare che poi tornano e per ringraziamento ti ammazzano, c'era un lebbroso. Dato che sei lì vicino, fa un salto dicevano dal giornale, come quando sei a Hong Kong e ti dicono visto che sei lì fai un salto in Giappone. 

venerdì 16 dicembre 2011

La parabola dell'esattezza (#Gerry - racconto breve)


Disponibile anche su Twitter alla voce #Gerri


La parabola dell'esattezza

- racconto breve -


     I passi incerti di Gerri risuonavano nel blu del corridoio. Il silenzio interrotto dal tintinnio delle flebo e in fondo il sussulto farraginoso dell’ascensore. Un breve tratto da percorrere lentamente, strisciando le pantofole con la sicurezza e la dignità di chi sa come muoversi. Bisognava riscattare quella notte alla noia, e nessuno avrebbe impedito alla banalità di pagare il suo tributo. Diede uno sguardo discreto verso l’origine e gli sembrò preferibile a un passo in avanti verso la fine. Chiamò l’ascensore. Girò a sinistra e si nascose dietro le ante. Le braccia scattanti lo avvolsero e lo portarono giù al piano terra, all’uscita, alla vita.
Lo stomaco di Gerri borbottava, uscendo dall’ospedale. Erano i lunghi digiuni sedati dalle soluzioni nutrienti sparate in vena. Si era liberato dei tubicini delle flebo con la maestria degli infermieri e aveva asciugato quelle poche gocce di sangue con l’interno della giacca. Era una notte calda. Fuori un vento leggero portava con sé l’odore dei pini. Si fece una bella sniffata Gerri, come una volta, un gesto di quelli che non si scordano più. Attraversò il marciapiede scansando gli aghi marroni con le suole, e prudente e veloce come un predatore notturno superò la strada illuminata. Di nuovo all’ombra degli alberi fiutava la preda, rosso oggetto del desiderio. La strada illuminata dai neon all’ingresso e lui che la sentiva guaire nell’ombra.

             -Ciao Gerri, che cazzo ci fai in pantofole?
            -Niente, e che non riuscivo a dormire. – rispose.
-Potevi almeno cambiarti prima di venire, no?–
-Finiscila, Giuse’! Non è che avresti una sigaretta piuttosto? – ribatte un po’ stizzito.
-Certo, te ne do anche due, però l’altra non te la portare all’ospedale, sennò è contrabbando, eh!
-Eh, grazie –rispose- e poi mi chiedi perché vengo qui. – Sorrise e con le sue impronte scivolose                 lasciava segni sulla moquette. Sentiva che lei era lì, rossa e disponibile, come la prima volta.
            -Gerri!
-Ciao – rispose al gestore e a due clienti indefiniti che fumavano in fondo al bancone. Circondati da specchi e bottiglie di whisky e di gin. Sembravano anche loro dei fuggitivi e ricambiarono a gesti.
-Si è visto qualcuno stasera? – esordì Gerri.
-Nessuno dei tuoi, per adesso. Comunque lo sai che non ti conviene farti vedere in giro così spesso.
-Si, lo so – rispose.
-Sai com’è – aggiunse l’altro.


Cambiò cinquanta euro in monete da uno e calcolò che in condizioni normali gli sarebbero bastati per un’ora circa. E comunque bisognava tornare presto. Ai tempi d’oro di Gerri le bambole russe lo aspettavano fuori, restavano in macchina mentre lui entrava all’All Inn “a fare un giro di slot e vodka prima d’ingranare la serata”. Oggi cambiava il suo biglietto al bancone e rimaneva a fissare i gesti del cassiere che impilava le monetine. La barba gli dava un’immagine ruvida e nostalgica. Dieci colonne da cinque, questo la macchinetta non lo fa. E’ la semplicità del gesto ripetuto che dona leggerezza all’atto di cortesia, e ora le mani del cassiere gli donavano più di una chance. Gli stavano offrendo una strategia: una colonna per scaldare le dita, due per alzare la posta, sei per giocarsela e una per i saluti.


Grazie – disse con voce sincera. Poi con un sorriso lieve si diresse verso di lei e Cherry Lady rispose col suo sorriso migliore. Tre jack incastonati al primo tocco. Non male per un pretendente in quelle condizioni. Scrollò le spalle e continuò a giocare.
Erano passate già due settimane dalla prima fuga e ormai si sentiva sicuro di non essere scoperto. Da parte sua non aveva mai forzato la mano alla fortuna. Cercava l’equilibrio in ogni cosa e era attento ad imparare le logiche del gioco. Le simpatie tra gli infermieri, l’arroganza del primario, lo sconforto dei pazienti e l’avvenenza delle loro compagne. Ricoverarsi per il trapianto era già servito a qualcosa: aveva imparato a dormire di notte, a spendere meno di cinquanta euro al giorno, a chiudere una flebo e a non allontanarsi per più di un’ora. Dalle 2:00 alle 3.00 appunto. Oggi era ancora più tranquillo del solito. Sembrava uno straniero venuto per affari che si stava concedendo un attimo per sé.
I due tizi al bancone si erano alzati lasciando gli euro del conto come sottobicchieri. Lo avevano guardato e se n’erano andati senza salutare. La foschia della pioggia pomeridiana, intanto, saliva dal basso verso l’insegna dell’All Inn.
Le mani scorrevano sulla bottoniera lucida. Cambiava la puntata ogni quattro giri e poi ritornava sul doppio della posta iniziale. Così facendo si era portato in vantaggio sulle colonnine per la prima mezz’ora, ma adesso stava perdendo terreno. Inesorabilmente coerente con il volere del caso, aveva smesso di pensare alle combinazioni; e al cinismo iniziale si stava sostituendo una dolce rassegnazione.
“Se è così che deve andare…” pensava, e intanto non smetteva di godere della frescura delle monete sui polpastrelli. Aveva impilato le ultime 2 colonnine sul bordo alto della macchinetta. Azzardava uno sguardo di tanto in tanto, solo per essere sicuro che le ultime speranze fossero ancora lì dove le aveva lasciate.
Passarono altri venti minuti.


-Due Kappa e tre Donne – un punto bellissimo, e l’indicatore dei crediti di colpo si moltiplicò per nove.
La dolce Cherry e le donnine sorridevano. Era un amore sensazionale, tutto il tempo lì seduto a guardare. Forse una di loro l’avrebbe scelto per essere accompagnata a casa? La nona sera al casinò e la certezza di essere ancora vivo.
Aveva già rischiato di morire qualche mese prima per la diagnosi di una cellula “certamente” sospetta. Com’era possibile che più di vent’anni di quella vita gli avessero procurato un tumore al fegato, se quelle sono cose che capitano ai poveri cristi che lo passano le serate davanti alla tv. Dean era morto in automobile, De Gallardon lanciandosi da un aereo e anche lui sapeva che se ne sarebbe andato così, senza paracadute. La diagnosi poteva essere inesatta e così il dubbio gli aveva lasciato un certo margine d’errore. Finché la notte del 2 ottobre fu portato d’urgenza in ospedale a Campione d’Italia, poi il trasferimento in Calabria. Ora vagheggiava di infermiere impertinenti che l’avrebbero accompagnato in baita sulla Sila. Per una vita fatta di minestre calde e boschi, il cognac solo al sabato con gli amici del circolo.
“Bling” il rumore alle sue spalle lo fece sussultare. Era Mario che trafficava con i bicchieri sporchi dietro il bancone e ne aveva appena rotto uno. Sorrise.


-Ehi, se proprio devi romperli, portamene uno! – gli disse, pur sapendo che poteva essergli fatale. Non aveva molto fegato, Gerri, ma era indiscutibilmente un uomo di polso.


Cinque Sette, infatti, si allinearono uno dietro l’altro davanti ai suoi occhi increduli. Il Jackpot – si domandava, e le pupille pulsavano. Il luccichio dello schermo davanti lo illuminava di una luce rossa e gli donava una cera eccentrica. Mario si sollevò sul bancone coi gomiti grossi e le mani tese in avanti.


-Cristo! – gli gridò- e’ il Jackpot Nazionale Ge’?!
Gerri non sentiva nulla oltre il motivetto ridondante della macchinetta. Lo schermo si tinse di blu e una pioggia di stelle dorate iniziò a cadergli sulle mani appoggiate alla bottoniera. Il riflesso del suo stupore attirò le occhiate ammiccanti delle belle ragazze di pixel che gli sfilavano davanti; mentre sullo schermo ognuna sollevava un numero. Iniziò la rossa a sinistra con lo zero sulla testa e via via altri quattro zeri fino al tre iniziale.

- Minchia – esclamò e con il salto che ne seguì cacciò lo sgabello lontano, quasi sui piedi di Mario. Adesso gli era già addosso con le braccia tese di gioia. L'aspetto violento lo faceva sembrare piuttosto un orso pronto a stritolarlo. Lo prese, la testa calva di lui strofinò sulle guance umide e i capelli lucidi di Gerri e lo sollevò per aria. L’urlo che cacciarono all’unisono scosse anche i bicchieri. Gli accessori sul bancone per un’improvvisa corrente d’aria si sparpagliarono per terra, cadevano lucenti e la moquette ne attutiva il rumore. Parevano stelle, finalmente mobili.


L’abbraccio e l’emozione, ora, lasciavano un po’ di respiro ai due, e le risate si spegnevano pian piano nei singhiozzi.

-Auguri, Ge’, sono proprio 30! – disse Mario.
-Dovrò portarli dentro in un sacco – rispose – ma li avrai tutti quei soldi in cassa?
Mario lo squadrò dall’alto in basso e con fare risoluto rispose.
-In cassa no di certo.

Quindi l’abbracciò e lo condusse verso il bancone. Scansarono entrambi con un calcio le stelle ossidate sul pavimento e entrarono nel retrobottega. Mario gli offrì diciottomila euro in contanti – tasse incluse - con la promessa di dire a tutti che era stato lui stesso a vincere. Gerri, per quietanza, gli offrì la mano destra e il più bel sorriso che aveva in serbo da due settimane. Spinse i soldi in fondo alle tasche della giacca e s’infilò alcune banconote nella molla dei pantaloni. Indossava ancora il pigiama e le pantofole, così, in modo discreto s’infilò nella stradina del ritorno. Camminava, mentre il letto d’ospedale, le flebo e il dubbio sul tumore gli confondevano la mente. La medicina non è una scienza esatta, pensò. Se il caso è un adorabile infedele, che sia il denaro la sua amante preferita?

Il mattino seguente un vento freddo sulla nuca lo sorprese nel sonno. Stiracchiò qualche sillaba e poi vide l’ombra bianca dell’infermiera contro la finestra.
-E’ ora di alzarsi, Giobetti. Su’ che sono quasi le otto.
Rispose con un rantolo. Mentre schiudeva gli occhi, però, le mani correvano sotto il lenzuolo a cercare il bottino. Sentì la carta, e poi uno scroscio di felicita gli illumino il viso.
-Signorina – disse- ero un po’ stonato dalla notte scorsa.
-Avrà mica vomitato ? – lo apostrofò lei premurosa e un pochino preoccupata.
-No, ma , sa com’e’…
-E’ nervoso per l’operazione, la capisco, sa! – l’interruppe lei.
-Eh gia’ – rispose – visto che mi sono perso la colazione, le va di portarmi un caffe? – e lei incerta
– Non si potrebbe ma…
-Grazie – disse e provò a infilarle qualcosa in tasca. L’infermiera interruppe il suo gesto e esitando con la mano gli chiese il perché. Gerri strizzò l’occhio, le sorrise e disse
– Giocali, perchè magari un giorno… te ne andrai anche tu di qua.-
Lei all’inizio non capì, poi si voltò delusa, e liberandosi si diresse verso le scale.


mercoledì 2 novembre 2011

Start up, in progress - inn.Art

Buongiorno,
oggi vi presento l'idea che Roberto ha iscritto all'iniziativa di Telecom Italia "Working Capital 2011".

inn.ART

è un servizio di hosting e streaming di produzioni artistiche 
(quadri, video, sculture) su schermi piatti da collocare 
in luoghi aperti al pubblico.

Abbatte i costi di divulgazione delle produzioni artistiche 
e dà la possibilità di fruirne in luoghi nuovi, diffusi o inaspettati
per i gestori di attività e di spazi aperti al pubblico.
L'attività di marketing è principalmente diretta , 
e viene svolta in in gallerie d'arte minori, via internet e 
sui social network.

"La gente sa ciò che vuole, ma vuole solo ciò che già conosce", 
perciò, artisti di tutto il mondo unitevi e... facciamoci conoscere
Per scaricare il pacchetto informativo
e per contatti, r.nunziata@alice.it


martedì 23 agosto 2011

n°0 - Potrei scrivere il mio romanzo


Oggi ho fatto il caffè per tutti. La sveglia delle 7:00 e il fresco della sera ci aiutano ad affrontare speranzosi la canicola.
Io adoro Marc e Max, perchè da un loro sbadiglio nacque il primo gemito. Come il feto che lo emette in 11 settimane di gestazione.
Una pagina bianca e il risveglio dopo il torpore. Uno sbadiglio e sulla carta, le prime pagine...

   - ~ -

Potrei scrivere il mio romanzo
se avessi gli occhi gonfi,
e l'ossa in frantumi,
per un colpo di grazia.

Potrei rivolgere l'orecchio
al vento gelido
che mi pungerebbe con parole vere,
coi fatti e le cronache dal mondo di fuori.

Potrei lasciare che l'onda
levighi il corpo
e la trama del mio romanzo,
senza perdere la compattezza.

Potrei bruciare i muscoli tesi
nel fuoco della corsa,
al calore dell'ideale,
coi ceppi erti a testimoni.

Potrei lasciare che l'Universo
con le sue leggi d'attrazione
dia leggerezza e luce
ai miei personaggi, e ancora...

E ancora potrei
che occhi, mani e orecchie e gambe
siano al servizio del mio vaso di orchidee
e scrivere solo di esso.

lunedì 4 luglio 2011

The Tree of Life by T.Malick (or Roberto's first visit)

The Italian poster - Google Images
Marc Dupree get back from London last sunday.
"Roberto please come in" he first said.
I could not imagine how my life could have been if I did not followed him outside of the City underground. The sunrays gently flew trought the mirros glasses of Foster skyscrapers, blessing even Cain for having funded the cities.
My new house looks safe in a certain way, surely because of the late afternoon light summer brings to this latitude. My first time in Italy, my second chance.
"Hi, I'm Max nice to meet you" a tall guy introduced himself walking out of the smoky kitchen to make his breast inspire some fresh air.
"Nice to meet you, too. I'm Roberto I guess Marc talked to you about me, right? I'm going to stay here for a while..." I didn't finish my ritual pledge when Marc just pushed me in.
"Look what a strange british air he's got ?!" he showed Max and from there he escorted me trought the corridor. Max opened to me his kingdom and a bright large smile.
I felt at home again, it was my Big Return. Fresh water flew on the root of my soul, bringing again the green on leaves, making bloom The Tree Of Life.

We spent the night talking about the greatness of Terrence Malick's last work. Marc said it closes the cyrcle started by "Badlands" in late 1973, when the Director described the "young rage" of a James Dean like young rebel. Now askes himself about the origins of those rebel acts that from time to time permit evolution to prevail over it all.
"Evolution after adaptation, the Good after the Bad, the Spiral to the Sky..." and even after all Jessica Chastain don't figure on the movie poster.
"It's impossible to tell if Malick was forced by the laws of distribution to set her name apart, privileging the two big actors Pitt and Penn." I said. Anyway I prefer to think that choice was driven by a bigger aim: lefting the essence of the movie outside any previous consideration of the viewer and leaving him the opportunity to discover her trought her preformance. In the same way we have to discover Grace in our lives with a day by day work.
(An hard work that still continues, since not mentioning her can be seen as a protest action against the marketing laws of cinema, and widely against a still male oriented society)
At last but not least, the Roland Barthes outlined relationship between Photography -> righteousness or madness -> Mercy perfectly fits a iconographic movie.

I added my picture on the kitchen wall for Marc and Max, drawing this little poster to explain them my views.
I hope not to wake up in the street tomorrow...
Roberto N.

Terence Malick' Tree of Life - my references

venerdì 17 giugno 2011

Daily mirrowinds

P.Harris - Burnt out (Saatchi&Saatchi, London)
Deliziosi compagni di casa e di ventura,
è passato quasi un mese dall'ultima email.
Non ho molte utili notizie da darvi se non che sono stato a Londra alcuni giorni e ho incontrato gente simpatica. Un ragazzo italiano, in particolare, mi ha dato le giuste dritte per raggiungere un posto surreale: le visioni di mirrowind.
Roberto conosceva bene l'underground e non solo, dice d'averlo esplorato per mesi in cerca di cibo e poi per il tempo restante in cerca della sua anima. Persi nell'andirivieni dei treni i suoi passi riecheggiano nel buio dei tunnel mentre con una mano nell'aria descrive la strada.
Compiamo evoluzioni sulle caviglie e torciamo i malleoli più di cinquanta volte prima di scoprire la porta più arrugginita dell'underground.
Un lieve barlume spiffera di sotto, si sentono dei rumori,
click! click!
e siamo dentro...

Marc Dupree

click!
Colonna sonora:
http://www.youtube.com/watch?v=SHsoxSC93YE

click!
Galleria:
http://www.saatchionline.com/slideshow/collection/owner/198847/collection/2190

venerdì 3 giugno 2011

La leggerezza


La leggerezza è un volo che lo spirito sceglie di compiere, 
pur consapevole della materia. 
Non è un artificio e non sprigiona calore. Cerca riparo è vero, però, avvicinandosi al Sole e con ali di cera ci riporta fra i più. 
La leggerezza è un pensiero astratto, di senso compiuto.

lunedì 30 maggio 2011

Roma-Milano AV



L'uomo del treno voleva che gli dessi notizie su Marc Dupree. Lo aveva inseguito lungo l'intera banchina del 19, mentre Marc scavallava facilmente i binari dell'Alta Velocità fino al 23. A quel punto però lo aveva mollato e piuttosto che rischiare la vita o ancor peggio, di dare il cattivo esempio, si era voltato verso me.
Non avevo altra colpa, se non quella d'averlo accompagnato in ritardo alla stazione, così non mi mossi e aspettai che mi sputasse addosso i suoi interrogativi. Non si limitò a questo. Ovviamente desiderava anche qualche dato sensibile su Marc, ovviamente non risposi. Non risposi a nulla, perché non ne sapevo nulla.

Quella mattina Marc mi aveva buttato giù dal letto senza troppe scuse e sotto la minaccia di un cornetto confezionato impugnato a mo' di revolver, mi aveva costretto a portarlo in stazione.
   "Prenderò il primo treno verso il futuro" diceva, e durante tutto il tragitto non aveva fatto altro che trafficare con il caricabatteria da auto della sua fotocamera.
   "Tornerò presto, forse già domani, sai, e vedrai, quando tornerò vedrai..."
   "Certo" risposi e nel tempo di aprire gli occhi e svegliarmi con lo stridere violento del tram sulle rotaie sentii lo sportello che si apriva, uno "a' stronzooo" che gridava e Marc che mi salutava "vedrai, domani vedrai...".
Di lì a poco ero già in stazione a prendermi gli insulti del capotreno.

Sono passate due settimane da allora e quasi senza accorgermene mi sono abituato all'assenza di Marc. Qui a casa sappiamo che sta bene perché ogni tanto ci manda un sms o un' email, noi replichiamo con mille domande, ma lui non ci risponde (mai). Oggi però ho trovato un punto esclamativo rosso nella posta, e il nome e l'oggetto mi rimandano a lui.

Mittente: Marc Dupree "marcdupreee3@gmail.com"
Oggetto: "ritorno al Futuro"
Testo: ...le foto che mi avete chiesto.
          Vostro Marty McFly

    Questo è tutto scemo - pensai - poi scorsi la pagina fino in fondo e quando arrivai alle foto mi accorsi che mi sbagliavo.










Museo della Triennale


Urban carrots

p.s. le foto della mostra di M.Comte sono reperibili sul sito di Class http://www.classlife.it/2011/05/18/omaggio-a-michel-comte/










Mentre scrivevo questo post ho ricevuto un sms,
è Marc che mi dice: "...avevi ragione tu, alla fine ho regalato l'accendino in cambio di una penna".

giovedì 19 maggio 2011

Il miracolo di Celestino

I ragazzi uscirono di casa e il vecchio pullman giallo li raccolse di bar
in bar. L'auto girava ancora sull'imbrunire e insieme ad essa gli occhi dei ragazzi, le loro mani, gli accendini. Tutti alla ricerca dell'insolito, speranzosi di svoltare in mezzo ai vicoli verso una calle nuova.
Il ragazzo all'osteria li accoglie sapendo già cosa lo aspetta; ha fatto scorta d'amaro e già pensa al prossimo viaggio giù in Calabria.
Qualcuno ordina una bottiglia di vino e qualcun'altro si ritrova con un occhio nero già prima di giocare.
Il povero Joe aveva puntato sul "rosso" per l'ennesima volta e spingeva lì davanti tutto ciò che aveva in tasca.
Le sagnette fumavano sul suo piatto, e i fagioli si confondevano coi bottoni sul tavolo del Grande Bingo.
Il conto o la puntata, ti vengono a cercare e come al solito c'è l'ebbro che alza la posta.
Sorridono tutti alla vista del denaro e il piatto si gonfia, non è un conto ma sono offerte e questa non è una cena qualsiasi. E' l'ultima.
Ho visto una coppia di 3 battere una coppia di jack, e Lulù difendersi dal trans che gli gridava contro; mentre Mimì era impeganto in una gara di barzellette con la barbona. La stessa a cui poco prima aveva offerto una sigaretta.
Lo sguardo del perbenista scendeva lungo l'antica strada cittadina fino alle sue scarpe di vernice e si posò proprio nell'angolo dove viveva Celestino.
Un Papa rinunciava al papato,
così come la speranza scansava un altro giro d'acquavite.

sabato 16 aprile 2011

Fer Forgè, il battito di HAITI

[il Blog seguente era precedentemente apparso su Facebook]

Un tumulto di colori che sfumano via via che ci si avvicina all'uomo, che colora con l'arte una esistenza grigia.
Queste le caratteristiche della mostra che si è tenuta qualche tempo fa alla Triennale di Milano, tra sfarzo e semplicità, glitter e lamiera. Uniti dalla mano divina di Oggùn, il dio fabbro della santeria.

Foto di Roberto Stephenson http://www.robertostephenson.com/pap/index.htm

Gli artisti del "fer forgè" hanno proposto un percorso umano e non solo artistico ai visitatori della mostra. Ben 42 sculture in lamina di metallo ritagliata, battuta e incisa realizzate dagli artisti di Croix-des-Bouquets. Sculture monocromo, dal colore del nudo metallo, raschiato e battuto a mano dai piccoli aiutanti di bottega (dai 4 ai 10 anni). Una tinta povera che attinge valore e pregio attraverso il lavoro dell'uomo; il ferro è ricavato, infatti, dai bidoni che ad Haiti la popolazione usa correntemente come fornaci per cucinare e scaldarsi.
Un concetto persistente anche nella mostra fotografica in bianco e nero di S.Guindani, in particolare nello scatto "patchwork" di lamiere, in cui il termine del collage che dovrebbe rimandare l'osservatore a una idea di colore e esuberanza è associata a un chiaroscuro che mette in risalto solo la povertà del materiale utilizzato.

L'isola caraibica però non è solo sudore e povertà.
Le maschere del carnevale di Jacmel donano colore e brio. Qui la sostanza è la carta, la carta e la colla. Così non c'è da meravigliarsi se a pochi metri ci sono anche gli alberii. Anch'essi ricavati dal ferro e colorati e che hanno al loro interno la vitalità di un intero microclima tropicale fatto di frutta, animali e movimento.

Infine la sintesi più convincente delle due anime di questo percorso a metà tra arte e politica si ritrova nelle foto di R.Stephenson (nel riquadro). Una rappresentazione urbana di Port au Prince da cui scaturisce un effluvio di emozioni e di vitalità, di creativa intelligenza e di immensa dignità umana.

Il primo giorno del mondo (Pop)

Buongiorno,
e benvenuti sul mio blog!
Questo primo vero post segue il suono della sveglia che ha destato Max, Marc e Me dal sogno precedente. 


Cercheremo così di coinvolgervi in un viaggio (tripolare) tra le varie forme espressive del pensiero al fine di provocare quel "driiin"che da solo può risvegliare l'interesse verso le piccole cose.
Un caffè, a seguire, per riflettere sull'aroma che può avere una notizia, un suono o una visione insolita. Il retrogusto dolce o amaro, starà a voi deciderlo.


Sperando di rapirvi nella nostra "caffetteria",
vi invito a venirci a trovare spesso e di voler provare le nostre specialità...
oggi, sabato, aforismi in salsa tartara.


M.Dupree

venerdì 15 aprile 2011

I conigli rosa uccidono (cronache dal mondo Pop)

Si riparte. Ora Max abbassa lo sguardo per vedere dall’alto ciò da cui si è appena staccato. Ha ripreso il volo lasciando una striscia blu molto simile a un fiume. Il blu, però, è solcato da regolari interruzioni longitudinali ed ha una forma tondeggiante. Sembra turgido e possente. Il tessuto muscoloso prende forma. E’ il corpo di una farfalla, ingrandito quanto lo scafo di una nave, e sul dorso si stagliano due gigantesche ali dorate. Nell’aria resa d’oro dalle microsquame ondeggiano i raggi solari e Max, sballottato dalle correnti d’aria sente di avanzare nel vento a gran velocità. La farfalla attraversa il prato e schiva i fili gialli di sole e i fili verdi d’erba. Di repente una piramide bianca sbarra loro la strada. Ha la superficie ruvida e l’interno è blu, sembra fatta di polistirolo oppure di guscio d’uovo. Come un artefatto antico, la piramide ispira rispetto. La solidità della forma, la razionalità dell’immagine e il fatto che sia sospesa danno l’idea che sia qualcosa di importante e di potente. Il blu dell’interno è invece il mistero che attende Max nel suo profondo. Ci affonda dapprima lo sguardo e poi tutto il corpo, ci cade dentro, non vede più nulla e anche il rumore del vento svanisce. Appare in alto a destra una scritta grigia “Connessione persa” e una linea d’aggiornamento video sfarfalla facendo gracchiare il suono del jingle.
            “No, non è possibile, proprio ora che ero arrivato!?” pensa. Ma in questi momenti non ci si può fidare dei pensieri. Chiude gli occhi, vede il nero spargersi tutt’attorno e stiracchia le gambe. Il brusio di fondo lo risveglia e questa volta forse ci siamo, pensa. Sebbene fosse possibile ripartire lì dove il viaggio s’era interrotto era difficile riuscire ad arrivarci con la stessa lucidità.
            “Posso provare” pensò, e per la terza volta si sbagliò.
Il buio intorno diviene tondo. Corrono le fasce oblique di una spirale intorno a lui e poi, un fischio lieve che cresce nelle orecchie. Rapidamente arriva la luce in fondo al tunnel, sempre più vicina, sempre più bianca. Si avvicina e sono due luci, forse, due fari. Gli elementi fisici del nuovo universo a spirale in cui è immerso sono attratti da una forza rapida e violenta. La luce si scinde, si affaccia nella sua mente lo spettro della scelta.
            “Destra o sinistra, ma forse è meglio su o giù?” piroetta su sé stesso e cambia gli elementi in gioco un’altra volta, ma non può rifuggire la scelta svelta che lo salverà dallo schianto. Prova a frenare la sua folle corsa mentale, ma avanza ancora inesorabilmente. Le due luci sono distanti ormai e davanti a lui c’è solo il nero.
            Un rumore sordo, sembra un tonfo di qualcosa di duro su un fondo morbido. Cade qualcosa a casa di Max, ma lui non se ne cura perché ora è atterrito dalla fine che farà. Respira con affanno, sente il sudore in bocca, vorrebbe muoversi ma ha le braccia bloccate, come tutto il corpo, in quella sagoma.
            Il muro nero lo colpisce in faccia. E’ liquido. E’ rassicurante. Alla fine della notte c’era solo una pozza tiepida ad accoglierlo e nel liquido bulicante si spargevano echi di vibrazioni uterine.      
            “Bentornato, Max” disse una donna
            “sapevi di non avere scelta”.
            Si sveglia del tutto.
            “Definitivamente”, pensa, e si accinge a uscire dal suo letto. Prova per due volte senza riuscirci. Il quarto inganno del pensiero è credere che sia passato e di essere finalmente sveglio. Questa volta però l’equivoco è lieve e solo un certo senso d’intontimento fa si che Max capisca d’essere sotto sopra. E’ caduto prono sul pavimento con l’intera carcassa spumosa addosso. Stranamente dev’essersi agitato troppo questa volta, al punto che il supporto non avrà retto. Si concentra e fa una flessione. Il guscio bianco si rompe sulle sue spalle e lui riemerge ansimante nel centro del salotto. Espira forte un paio di volte e poi sorride,
            “che viaggio” pensa, “anche se…”.
Guardandosi attorno per vedere cos’ha combinato vede la sala buia costellata di oggetti, e le luci che salgono scomposte dai ripiani. Tutto è calmo intorno e il silenzio, agognata conquista dell’esperienza onirica, disegna una coltre riposante.