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sabato 16 aprile 2011

Fer Forgè, il battito di HAITI

[il Blog seguente era precedentemente apparso su Facebook]

Un tumulto di colori che sfumano via via che ci si avvicina all'uomo, che colora con l'arte una esistenza grigia.
Queste le caratteristiche della mostra che si è tenuta qualche tempo fa alla Triennale di Milano, tra sfarzo e semplicità, glitter e lamiera. Uniti dalla mano divina di Oggùn, il dio fabbro della santeria.

Foto di Roberto Stephenson http://www.robertostephenson.com/pap/index.htm

Gli artisti del "fer forgè" hanno proposto un percorso umano e non solo artistico ai visitatori della mostra. Ben 42 sculture in lamina di metallo ritagliata, battuta e incisa realizzate dagli artisti di Croix-des-Bouquets. Sculture monocromo, dal colore del nudo metallo, raschiato e battuto a mano dai piccoli aiutanti di bottega (dai 4 ai 10 anni). Una tinta povera che attinge valore e pregio attraverso il lavoro dell'uomo; il ferro è ricavato, infatti, dai bidoni che ad Haiti la popolazione usa correntemente come fornaci per cucinare e scaldarsi.
Un concetto persistente anche nella mostra fotografica in bianco e nero di S.Guindani, in particolare nello scatto "patchwork" di lamiere, in cui il termine del collage che dovrebbe rimandare l'osservatore a una idea di colore e esuberanza è associata a un chiaroscuro che mette in risalto solo la povertà del materiale utilizzato.

L'isola caraibica però non è solo sudore e povertà.
Le maschere del carnevale di Jacmel donano colore e brio. Qui la sostanza è la carta, la carta e la colla. Così non c'è da meravigliarsi se a pochi metri ci sono anche gli alberii. Anch'essi ricavati dal ferro e colorati e che hanno al loro interno la vitalità di un intero microclima tropicale fatto di frutta, animali e movimento.

Infine la sintesi più convincente delle due anime di questo percorso a metà tra arte e politica si ritrova nelle foto di R.Stephenson (nel riquadro). Una rappresentazione urbana di Port au Prince da cui scaturisce un effluvio di emozioni e di vitalità, di creativa intelligenza e di immensa dignità umana.

Il primo giorno del mondo (Pop)

Buongiorno,
e benvenuti sul mio blog!
Questo primo vero post segue il suono della sveglia che ha destato Max, Marc e Me dal sogno precedente. 


Cercheremo così di coinvolgervi in un viaggio (tripolare) tra le varie forme espressive del pensiero al fine di provocare quel "driiin"che da solo può risvegliare l'interesse verso le piccole cose.
Un caffè, a seguire, per riflettere sull'aroma che può avere una notizia, un suono o una visione insolita. Il retrogusto dolce o amaro, starà a voi deciderlo.


Sperando di rapirvi nella nostra "caffetteria",
vi invito a venirci a trovare spesso e di voler provare le nostre specialità...
oggi, sabato, aforismi in salsa tartara.


M.Dupree

venerdì 15 aprile 2011

I conigli rosa uccidono (cronache dal mondo Pop)

Si riparte. Ora Max abbassa lo sguardo per vedere dall’alto ciò da cui si è appena staccato. Ha ripreso il volo lasciando una striscia blu molto simile a un fiume. Il blu, però, è solcato da regolari interruzioni longitudinali ed ha una forma tondeggiante. Sembra turgido e possente. Il tessuto muscoloso prende forma. E’ il corpo di una farfalla, ingrandito quanto lo scafo di una nave, e sul dorso si stagliano due gigantesche ali dorate. Nell’aria resa d’oro dalle microsquame ondeggiano i raggi solari e Max, sballottato dalle correnti d’aria sente di avanzare nel vento a gran velocità. La farfalla attraversa il prato e schiva i fili gialli di sole e i fili verdi d’erba. Di repente una piramide bianca sbarra loro la strada. Ha la superficie ruvida e l’interno è blu, sembra fatta di polistirolo oppure di guscio d’uovo. Come un artefatto antico, la piramide ispira rispetto. La solidità della forma, la razionalità dell’immagine e il fatto che sia sospesa danno l’idea che sia qualcosa di importante e di potente. Il blu dell’interno è invece il mistero che attende Max nel suo profondo. Ci affonda dapprima lo sguardo e poi tutto il corpo, ci cade dentro, non vede più nulla e anche il rumore del vento svanisce. Appare in alto a destra una scritta grigia “Connessione persa” e una linea d’aggiornamento video sfarfalla facendo gracchiare il suono del jingle.
            “No, non è possibile, proprio ora che ero arrivato!?” pensa. Ma in questi momenti non ci si può fidare dei pensieri. Chiude gli occhi, vede il nero spargersi tutt’attorno e stiracchia le gambe. Il brusio di fondo lo risveglia e questa volta forse ci siamo, pensa. Sebbene fosse possibile ripartire lì dove il viaggio s’era interrotto era difficile riuscire ad arrivarci con la stessa lucidità.
            “Posso provare” pensò, e per la terza volta si sbagliò.
Il buio intorno diviene tondo. Corrono le fasce oblique di una spirale intorno a lui e poi, un fischio lieve che cresce nelle orecchie. Rapidamente arriva la luce in fondo al tunnel, sempre più vicina, sempre più bianca. Si avvicina e sono due luci, forse, due fari. Gli elementi fisici del nuovo universo a spirale in cui è immerso sono attratti da una forza rapida e violenta. La luce si scinde, si affaccia nella sua mente lo spettro della scelta.
            “Destra o sinistra, ma forse è meglio su o giù?” piroetta su sé stesso e cambia gli elementi in gioco un’altra volta, ma non può rifuggire la scelta svelta che lo salverà dallo schianto. Prova a frenare la sua folle corsa mentale, ma avanza ancora inesorabilmente. Le due luci sono distanti ormai e davanti a lui c’è solo il nero.
            Un rumore sordo, sembra un tonfo di qualcosa di duro su un fondo morbido. Cade qualcosa a casa di Max, ma lui non se ne cura perché ora è atterrito dalla fine che farà. Respira con affanno, sente il sudore in bocca, vorrebbe muoversi ma ha le braccia bloccate, come tutto il corpo, in quella sagoma.
            Il muro nero lo colpisce in faccia. E’ liquido. E’ rassicurante. Alla fine della notte c’era solo una pozza tiepida ad accoglierlo e nel liquido bulicante si spargevano echi di vibrazioni uterine.      
            “Bentornato, Max” disse una donna
            “sapevi di non avere scelta”.
            Si sveglia del tutto.
            “Definitivamente”, pensa, e si accinge a uscire dal suo letto. Prova per due volte senza riuscirci. Il quarto inganno del pensiero è credere che sia passato e di essere finalmente sveglio. Questa volta però l’equivoco è lieve e solo un certo senso d’intontimento fa si che Max capisca d’essere sotto sopra. E’ caduto prono sul pavimento con l’intera carcassa spumosa addosso. Stranamente dev’essersi agitato troppo questa volta, al punto che il supporto non avrà retto. Si concentra e fa una flessione. Il guscio bianco si rompe sulle sue spalle e lui riemerge ansimante nel centro del salotto. Espira forte un paio di volte e poi sorride,
            “che viaggio” pensa, “anche se…”.
Guardandosi attorno per vedere cos’ha combinato vede la sala buia costellata di oggetti, e le luci che salgono scomposte dai ripiani. Tutto è calmo intorno e il silenzio, agognata conquista dell’esperienza onirica, disegna una coltre riposante.