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lunedì 27 maggio 2013

L'arte di smontare le cose (3)

- racconto -




"Oh my..."
Silenzio.
Hope aveva rotto un altro bicchiere.
Inevitabilmente.

Non succede spesso a chi si destreggia con sicurezza tra la cucina il tinello di far così tanti danni quanti ne aveva causati Hope dal suo arrivo a casa Giacomelli. Un danno trascurabile se non fosse stato per la maniacale precisione e correttezza con cui trattava le cose. L'integerrimo Hope che non rompe i bicchieri, che lava i piatti dopo ogni pasto, che piega i vestiti per offrirli all'armadio, che restituisce le case intonse a chi gliele affida. Riposti in un cassetto scomodo e inaccessibile i residui del senso di colpa e la scoperta di una nuova imperfezione, trovò il tempo di passare la scopa sul pavimento della veranda e di riporre residui nel cestino.
"Duralex" lesse sul fondo del bicchiere "sed lex" continuò "se qualcosa cade a terra si rompe e questo è inevitabile".
Il flusso di coscienza fu interrotto da un incedere sostenuto lungo il vialetto sottostante e una voce si affacciò dal basso della veranda illuminata.
"Bo'nasera. Come và? V'ho portato le ciliegie... 'n ce l'avete queste a casa vostra!" e una risata a metà tra il cordiale e lo sfottò.
"Buonasera" rispose Hope ancor prima d'affacciarsi.
Appoggiò le mani sulla balaustra e guardò in basso, tre metri più sotto un cesto di ciliegie dalla capienza di diversi chili, cinquanta centimetri più in basso una faccia tonda e sorridente e due guance rosse. Un omaccione panzuto e sporco, ridanciano dio bucolico e forte, gli sorrideva e le ciliegie poste sul capo s'agitavano come biglie.
"Venga sù. Le offro un caffè per ringraziarla" e scrutando il libro sbiadito sulla sdraio nell'angolo del balcone si fece forza e aggiunse
"magari".

L'alito di Bruno era una cantina. A fine giornata aveva introdotto probabilmente un gallone di vino e gassosa, essendo giugno inoltrato; in un altro periodo dell'anno gli si poteva anche scontare qualche bottiglia di gassosa.
"Mia moglie m'ha detto che oggi siete stato al bar" disse Bruno appena accomodatosi. Hope annuì e gli passò lo cherry attraversando il tavolo.
"Grazie, e quindi anche suo figlio Marco" aggiunse.
"Good guy, ehm.... bravo ragazzo. Era con gli amici di scuola".
"L'ultimo giorno. Per fortuna è finita e da domani mi aiuterà un poco al campo. E' un bambino educato e intelligente, ma non ha voglia di stare fuori casa".
"E' normale che alla sua età preferisca conoscere il mondo sui banchi, attraverso i libri, piuttosto che stare con lei in un posto che conosce già".
"E' un ragazzo troppo intelligente. Il mondo se lo mangerà se non s'impratichisce un po'".
"Si chiama curiosità..." replicò Hope.
"Sarà" sospirando Bruno girò gli occhi sorridenti e aggiunse "dovrebbe vedere che lavoro ha fatto alla falciatrice. Quando dico che è uno che merita, non lo dico perchè è mio figlio, lo dico perchè è un genio. Ci sa fare ci motori e pure coi fili elettrici. Ho girato senza faro per più di un anno prima che si degnasse di darmi una mano. Gli ho detto di farlo e l'ha riparato in un pomeriggio".
Hope lo guardò sorpreso e assaggiò un'altra ciliegia, dopotutto le prime quattro servivano solo ad ingannare l'imbarazzo di avere un ospite inatteso.
"Sono ben altri i motivi per cui lamentarsi di un giovanotto come lui. Mi creda sono un insegnante." pensò ai giovani simpatizzanti dei Red Devils e come a 15 anni sapessero usare un coltello a farfalla, far volare insulti razzisti, testare anfibi e tirare un calcio sul ginocchio del compagno più grosso. Colpa dello cherry, forse, ma li ricordava come dei Mr. Hyde della domenica, un branco di piranha pronti a sbranare il prossimo per una fede diversa. Stava volando troppo alto, approssimandosi a quei garage con le serrande arrugginite fucine di hooligans, mentre il panorama mite che si dipanava al suo sguardo era formato da lucciole idilliache e qualche trota al massimo, nel fiume a valle.
La notte si avvicinava lieve al suo culmine stellato e il viso di Bruno risplendeva come una seconda luna, assorto nella brezza, tra un alito di vento e un dito di liquore, disse
"Vuole che le mandi il ragazzo? Per darle una mano nei prossimi giorni. Potrebbe essergli utile stare con lei, imparare l'inglese che a scuola non s'insegna e magari lei che è una persona acculturata lo potrebbe capire meglio. Vorrei proteggerlo, che diventi forte è il mio unico desiderio".
Hope era un po' seccato della richiesta, ma cordialmente accettò. Non era il caso di dirgli che non avrebbe fatto gli straordinari e che la scuola non gli mancava affatto. Era venuto in vacanza per visitare una regione remota del sud Italia, perdersi tra gli ulivi e ricomporre il puzzle che Christine le aveva rovesciato nella testa. I pezzi di cartone si disfacevano ogni sera, immersi nell'acool, e si ricompattavano al mattino dando forme nuove di cartapesta ai primi pensieri della sera, in un labirinto senza uscita e come un gioco senza fine. 
Bruno poi si alzò, assestandosi sulle scarpe grosse e polverose, e lo salutò con una forte stretta di mano. La notte fluiva a pochi metri dal suolo caldo e anche se non era la prima storia che finiva male, Hope aveva perso la speranza di uscirne indenne. Era partito con l'idea di aggirarsi come un satiro nudo nella foresta di ulivi di una Italia sconosciuta e antica, per risvegliarsi tra le braccia una donna sempre diversa con gli occhi neri, poi verdi, poi castani, in un crescendo di illusioni, che sono sempre utili a vivere.
S'addormentò sulla sdraio nell'angolo, ebbro e tranquillo e l'unica donna a parlargli quella sera fu Grazia Deledda attraverso le 'Canne al vento'. Un buon risultato dopo tutto: aver zittito Christine.